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La Spada nel Deserto

un racconto di Rodolfo De Matteis

 

I

Il vecchio marciava sull'altiplano deserto.
Erano mesi oramai che camminava, solo, evitando qualsiasi incontro. Da quando si trovava nelle brulle terre del Nord, la sua dieta era costituita di quasi sola carne; era cacciatore sin dall'infanzia, e le sue frecce colpivano sempre il bersaglio.
La sua pelle, pur essendo naturalmente di carnagione scura, era oramai cotta dal sole da cui negli ultimi tempi non incontrava più riparo sul suo cammino; i suoi lineamenti erano ben definiti, tagliati coll'accetta si direbbe, duri, anche se la saggezza e l'età ne ammorbidivano l'immagine, la  bocca era larga, cosiccome gli zigomi, il naso aquilino cresceva vistoso fra due occhi nerissimi, non a mandorla, ma leggermente inclinati; il corpo, alto per la sua razza, era estremamente vigoroso ed agile nonostante l'età avanzata, i suoi movimenti erano forti, decisi, ma eleganti, e pareva quasi danzare, sempre, ed il suo incedere era silenzioso e felpato come quello di una tigre in agguato, e dava l'idea d’essere inarrestabile.
Le voci corrono veloci anche nei deserti o sulla vetta delle montagne, così compiva lunghi giri per passare laddove nessuno lo facesse mai; il suo compito era troppo importante per lasciare spazio al benché minimo errore. Farsi notare avrebbe costituito l'insuccesso assicurato, il suo passaggio non doveva essere nemmeno sospettato. Preferiva la gravosa marcia nell'acqua dei fiumi o sulle nude rocce, quando poteva, evitando così la necessità del cancellare le sue tracce, e si permetteva di accendere il fuoco solamente quando era sicuro che nessuno potesse scorgerne il fumo a distanza. Purtroppo non ci si poteva più fidare nemmeno di quelli della sua stessa terra. L'invasore aveva vinto il primo, decisivo, devastante round proprio grazie alle divisioni fra le nazioni, ed ora addirittura c'erano spie anche all'interno degli stessi popoli.
Conosceva ogni verso, ogni batter d'ali, ogni stormire, ogni strisciare, il canto delle vento fra le piante, ogni ronzio d'insetto; non era nuovo in quella terra desolata ed il suo orecchio non era distratto dai suoi suoni naturali, ma teso a qualsiasi segnale inconsueto.
Da anni la sua vita, già tanto magica, puntava a questo momento: un'azione risolutiva lo attendeva, lo attirava a sé. Qualcosa facente parte di un disegno più grande, di una strategia cosmica che andava aldilà del suo passaggio su questa terra. Per tutta la vita si era allenato ad esser flessibile, senza insuperbirsi mai dei suoi innegabili successi nè disperarsi delle sue cadute, dei suoi dubbi spesso atroci; a non lasciarsi avvincere dalle mille allettanti offerte di ricompensa da parte delle sue genti, uomini e donne sempre grati del suo aiuto. Non aveva mai voluto sedersi, metter su casa, fermarsi; e non solo fisicamente. Il non fissarsi in nulla era divenuto la sua specialità. Libero da qualsivoglia ossessione il suo sguardo e tutti i suoi sensi erano sempre dispiegati, specialmente quando doveva concentrarsi in qualcosa di importante o addirittura di vitale per sé o per altri. Era sempre attento, vigile, e la sua percezione scandagliava il mondo circostante come un radar nel timore che, quando quel qualcosa si volesse manifestare, potesse non accorgersene. E non che il resto della sua esistenza non avesse avuto un senso, o molteplici; quasi fosse una mera preparazione a ciò che, ora, andava a compiere. No, tutto brillava di luce propria, era eterno e valido in quanto tale e, se la morte avesse avuto la meglio su di lui, in qualsiasi momento poteva andarsene in pace.
Ciò nondimeno l'ultimo atto sulla scena doveva essere perfetto.
Anche senza sapere a quale scopo, era cosciente che l'effetto di questa missione era destinato ad uscire dal tempo, ad essere più grande di quella guerra già persa che alcuni dei suoi si affannavano ancora a combattere contro quegli invasori tanto, troppo forti, eppur così stupidi da non sapere che invasioni e guerre, con sangue e dolori crudamente reali, sono destinate ad andare e venire, a squagliarsi come neve al sole, a non lasciar tracce nella memoria delle genti e talvolta, come già avvenuto, della storia.
Non si era mai affannato a cercarlo il suo scopo, a volerlo conoscere, o anche solo capire. Si limitò a non ostacolarlo, conscio che il momento lo avrebbe illuminato, senza lasciar spazio ad incertezze o equivoci. E così fu.
Certo poteva confidare nel protettore. Ricordava bene quando, nei momenti fra i più turbinosi della sua esistenza lo aveva visto chiaramente, coi suoi stessi occhi, camminargli a fianco, dal lato opposto della strada, antropomorfo, ma inumano, verde, dello stesso colore della pianta di cui era lo spirito, addirittura colla testa di quella forma tanto peculiare pur se decisamente universale. Lontano centinaia di miglia dalle sue radici, quella magica presenza lo aveva accompagnato spesso, ed ora sapeva non era stato lì solo per proteggerlo, insegnare, aiutarlo, curarlo, ma ad indicargli, silenziosamente, il percorso.

 

II

Tempo addietro gli era stato rivelato che avrebbe dovuto forgiare una spada.
E lo aveva fatto.
Sotto i migliori auspici, al momento giusto ed in un luogo così potente da essere riconosciuto come il vulcano sacro da molti popoli, in una grotta pregna di vapori sulfurei, sfruttando il calore stesso della terra che ribolliva aveva fuso quei metalli che da anni traeva con sé.
Successivamente gli aveva dato forma.
La Forma.
La Spada.
Arma chiama sangue, aveva sempre pensato e, in cuor suo, temeva. Era quasi certo allora che questo fosse il destino della spada. Non sapeva ancora contro chi avrebbe dovuto usarla, ma la forgiò, sperando di non dover mai uccidere con essa. Era pronto a tutto, se ciò si fosse rivelato indispensabile, ma, di certo senza goderne.
Ma così non fu, almeno per lui, in quella vita.

 

III

Un chiarore biancastro sbocciò rosaceo alla sua sinistra, nel colore uniformemente giallo di quelle terre immerse nell'accecante luce solare.
Girò i suoi passi in quella direzione ed un possente tuono a ciel sereno squarciò il silenzio del deserto.
Bene! Più deciso che mai si diresse verso quel punto.
Il cammino era difficoltoso, intralciato com'era dalle innumerevoli spine che si sarebbero infisse nelle sue carni alla minima distrazione, non appena avesse concesso alla sua mente di proiettarsi altrove. Il silenzio interiore, la vigilanza, erano indispensabili pur laddove non v'era l'ombra di un uomo.
Quando la vide, scoccò una freccia, e la colpì.
Poi, dopo un'offerta di tabacco, le tagliò la testa e la mangiò.
Amava il sapore della pianta di potere, che andava lentamente masticando, assaporando i brividi che gli dava. Ne mangiò varie, ed altre ne raccolse per portarle via con sé, ma non riprese subito il suo cammino. Si sedette ed attese.
Aveva sete, ma non bevve; fame, ma non mangiò: la pianta gli avrebbe dato tutto ciò di cui avesse avuto necessità, per quel giorno.
La stanchezza cominciò a farsi sentire e si appisolò così, seduto, col dorso appoggiato al tronco di una palma, la cui sottile ombra proteggeva giusto il suo capo reclinato in avanti, il mento che gli toccava il petto.

Il sole alto nel cielo
ammorbidisce il corpo
che riposa sulla terra.
Ma il vento trae ovunque
un sogno di fresche acque.

La vita intorno lo richiamava sempre di più. Aveva sentito anche durante il sonno, che vero sonno non era, ma ora le sensazioni non solo erano più forti, ma le piante, gli animali ed il vento erano lì, tutt'uno con lui, ogni accadimento sincronico al muoversi del suo corpo o della mente.
Aprì lentamente gli occhi. La calma regnava sovrana, eppur esplodevano i colori e fluiva vivida l'energia.
Il sollevare il capo, il ricominciare a muoversi delle dita di mani e piedi furono benedetti dall'infrangersi delle nubi, da mulinelli di sabbia e dal grido delle aquile, alte su di lui.
Fumò tabacco. Le volute di fumo salivano lente seguendo percorsi erratici che l'uomo  osservava attentamente.
Come voltò il capo inseguendo la scia di un aquila, questa dette lo spunto ad altre linee, linee di forza che attraversavano cielo e terra. Il loro disegno cominciò a formare uno schema. Da un lato sorgevano dalla montagna sacra, ad Est, ma molte di esse andavano convergendo verso un punto, un punto particolare nella sterminatezza del deserto. Roteò gli occhi, salutò i quattro punti cardinali, scrutò più volte gli orizzonti; ma lo schema continuava ad essere lì, sempre uguale.
Con energia il vecchio si alzò, raccolse il suo tascapane, nel quale infilò le piante che aveva raccolto e che sino a quel momento erano state appoggiate su di una pietra piatta, afferrò il suo arco, la faretra e si incamminò, deciso, ma molto lentamente, verso quel luogo ove il tutto confluiva.
Prima ancora di giungervi, si mise a girargli intorno, come un uccello da preda che scandaglia dall'alto il terreno dando volte sempre più strette; si fermava ad ogni pianta, ogni pietra, esaminandole attentamente, a volte utilizzando uno specchio che portava nella sua borsa. Poi riprendeva quel suo percorso a spirale, diretto verso il centro, che infine affrontò proveniente dal Nord. Probabilmente aveva raggiunto la sua meta.
La Spada venne infissa in quel punto, mentre l'uomo mormorava formule magiche.
Di nuovo il vecchio partì in esplorazione salendo su tutte le alture dei dintorni, e anche quelle lontane, sin dove si poteva ancora vedere il brillare della spada. Sentiva come nessun uomo fosse lì, ma si accertò, destreggiandosi fra diversi livelli di coscienza, che non vi fossero altre presenze, più o meno materiali. Usava tecniche antichissime. Quando la sua certezza interiore glielo permise, tornò verso quel luogo raccogliendo legna da ardere che poi ammonticchiava lì, sottovento.
Al tramonto, esplosione di energia che tinse il cielo di colori incredibili, eseguì una danza, dando così inizio alla cerimonia sacra.
All'imbrunire accese il fuoco e consumò le piante di potere raccolte la mattina, seduto sempre rivolto verso la spada.
In quella notte senza luna avrebbe saputo se aveva infine raggiunto la sua meta.
La notte fu lunga e, mentre le stelle compivano il loro corso nel cielo, ricevette una visita, l'invisibile Ospite era lì con lui intorno al fuoco, la sua presenza fortissima.
Quando Venere spuntò all'orizzonte l'uomo estrasse la spada dal suolo e lì iniziò a scavare.
All'ora magica in cui non ci sono più stelle, ma ancora non sorge il sole la Spada era già sepolta in profondità ed egli stava allargando il cerchio del suo fuoco sino a che le fiamme si alzarono da quel punto.
Al sorgere del sole senza indugi il vecchio raccolse le sue cose e si incamminò.
Non aveva alcuna necessità di salutare il luogo, o la spada che per lui, come per tutti, ora non esisteva più sulla faccia di questa terra, ma, richiamato da un irresistibile impulso, si girò.
Lì, splendido, noncurante delle braci ardenti, c'era lui stesso, ma molto diverso, più giovane, o meglio quel corpo non poteva esser toccato dal tempo, i suoi capelli parevano d'oro ed i suoi occhi che davano sul verde pur brillando del colore dell'ambra, ridevano.

IV

La notte successiva, molto lontano, all'ora in cui dal cielo scende la rugiada, in uno di quei luoghi dove da millenni gli sciamani si recano a farlo, il vecchio, seduto a gambe incrociate, lasciò questo mondo.

 

 

Rodolfo de Matteis - 2001